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Vecchio 16-08-2008, 05:04
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Ge712 16/08/1977 - Le Reazioni

LA FAMIGLIA


PRISCILLA PRESLEY - Dal libro “Elvis and Me” di Priscilla Presley (pubb. 1987)

Era il 16 Agosto 1977, una giornata coperta e afosa, non una tipica giornata del sud della California. Quando uscii nell’aria c’era una quiete, una calma innaturale, che non mi era mai capitato di percepire prima. Avrei quasi voluto tornare in casa, tanto ero incapace di scrollarmi di dosso il mio disagio. Quella mattina avevo un appuntamento e verso mezzogiorno dovevo incontrare mia sorella Michelle.
Sulla strada per Hollywood mi resi conto che l’atmosfera non era cambiata e sembrava ancora silenziosa e deprimente e aveva iniziato a piovigginare.
Appena infilai Melmose Avenue, vidi Michelle all’angolo, con uno sguardo preoccupato. “Cilla, mi disse appena mi fermai, “ho appena ricevuto una telefonata da papà. Joe sta cercando di rintracciarti. E’ successo qualcosa ad Elvis. E’ in ospedale”.
Joe Esposito era il road manager di Elvis e il suo braccio destro. Mi sentii gelare! Se mi stava cercando, doveva essere successo qualcosa di terribile.
Dissi a Micelle di prendere la sua macchina e seguirmi a casa.
Feci un’inversione a U in mezzo della strada e guidai come una pazza.
Elvis era entrato e uscito dall’ospedale tutto l’anno. C’erano volte in cui non era veramente malato, ma lo faceva per prendersi un po’ di riposo, per stare lontano dalle pressioni e magari dalla noia. Non c’era mai stato niente di veramente serio.
Pensai a nostra figlia, Lisa, che era a Graceland con Elvis e sarebbe dovuta rientrare quel giorno.
“Dio mio, pregai, fa che sia tutto a posto. Fai in modo che non gli sia successo niente, ti prego, buon Dio!!
Superai ogni semaforo rosso e quasi colpii una dozzina di macchine. Finalmente arrivai a casa e, mentre entravo in garage, da dentro casa sentii il telefono che squillava.
“Ti prego non riattaccare”, pregavo saltando fuori dalla macchina e correndo verso la porta. “Arrivo” gridavo”.
Cercavo di inserire la chiave nella serratura, ma la mia mano non smetteva di tremare.
Finalmente entrai in casa, alzai il ricevitore e urlai: “Pronto, Pronto!”
Tutto quello che riuscivo a sentire era l’eco di una chiamata che arrivata da lontano, poi improvvisamente una voce rotta e debole disse
“Cilla, sono Joe”
“Joe, cosa è successo?”
“Si tratta di Elvis”
“Oh Dio mio. Non dirmi”
“Cilla, è morto!”
“Joe, Non dirmi una cosa simile. Ti prego!”
“L’abbiamo perso!”
“No. No!” Lo pregai di rimangiarsi tutto. Invece rimase in silenzio
“L’abbiamo perso…..”
La sua voce si ruppe ed entrambi iniziammo a piangere.
“Joe, dov’è Lisa?” domandai
“Sta bene. E’ con la nonna”
“Grazie a Dio. Joe manda un aereo a prendermi, per favore. Presto, voglio tornare a casa”

Riagganciai il telefono. Mia madre e Michelle erano appena arrivate, mi abbracciarono e scoppiammo a piangere abbracciandoci l’un l’altra.
Dopo pochi minuti il telefono suonò di nuovo. Per un attimo pensai ad un miracolo: mi stavano chiamando per dirmi che Elvis era ancora vivo, che stava bene e che tutto era stato un brutto sogno.
Ma non c’era nessun miracolo “Mamma, Mamma” diceva Lisa “E’ successo qualcosa a papà”
“Lo so, bambina mia” sussurrai “Arrivo subito. Sto aspettando l’aereo”
“Mamma, stanno tutti piangendo”
Mi sentivo sfinita, disorientata. Cosa potevo dirle? Non riuscivo a trovare le parole per consolarla. Lisa non sapeva ancora che suo padre era morto. Tutto quello che riuscivo a dire ripetutamente era “Arrivo appena posso. Cerca di rimanere nella stanza della nonna, lontana da tutti”
Nel sottofondo riuscivo a sentire la voce di un Vernon disperato che gemendo, diceva “Mio figlio se n’è andato, Buon Dio, ho perso mio figlio”.
Fortunatamente l’innocenza dei bambini provvede alla loro protezione. Per lei la morte non era ancora una cosa reale. Mi disse che sarebbe andata a giocare con Laura, la sua amica.
Riagganciai il telefono e uscii stordita e ancora sotto shock.
I media stavano già trasmettendo la news. Il mio telefono non smetteva di suonare, con amici che cercavano di affrontare lo shock, membri della famiglia che volevano avere spiegazioni e la stampa che faceva domande.
Mi chiusi in camera mia, dando istruzioni che non volevo parlare con nessuno e volevo rimanere sola. Volevo morire!!!!
Negli ultimi anni eravamo diventati ottimi amici, ammettendo i nostri errori del passato e avevamo iniziato quasi a ridere dei nostri difetti.
Non riuscivo ad affrontare la realtà che non l’avrei più rivisto vivo. Lui c’era sempre stato per me. Avevamo un forte legame. Eravamo diventati molto uniti, ci capivamo di più e avevamo più pazienza l’uno con l’altro, più di quando eravamo sposati.
Avevamo persino parlato che un giorno………… Ed ora se n’era andato!
Ricordo la nostra ultima telefonata, qualche giorno prima. Era di buon umore e parlava del suo imminente prossimo tour di 12 giorni. Aveva perfino riso, mentre mi diceva che, come sempre il Colonnello aveva tappezzato con i suoi posters la prima città del tour e che già prima del suo arrivo, i suoi dischi venivano ripetutamente trasmessi. “Caro vecchio Colonnello” disse Elvis “E’ da tanto che siamo insieme e ancora fa le stesse cose. C’è da stupirsi che la gente ancora compri quelle cose”
Adoravo sentire la risata di Evis, qualcosa che era diventata sempre più rara.
Solo qualche giorno prima di quella telefonata l’avevo sentito giù di morale e stava pensando di rompere con Ginger Alden, la sua ragazza.
Lo conoscevo abbastanza bene per sapere che, per lui, questa non sarebbe stata una mossa facile da fare.
Se solo avessi saputo che sarebbe stata l’ultima volta, gli avrei parlato, gli avrei detto tante cose, cose che volevo dirgli e che non avevo mai fatto, cose che avevo tenuto dentro di me per molti anni, perché ritenevo non fosse mai il momento giusto.
Per 18 anni, Elvis era stato parte della mia vita.
Quando lo incontrai avevo appena 14 anni.
Elvis mi aveva insegnato tutto: come vestirmi, come camminare, come truccarmi e come acconciarmi i capelli, come comportarmi, come amare.
Nel corso degli anni era diventato mio padre, mio marito ed era molto vicino a Dio.
Ora se n’era andato e mi sentivo molto sola e spaventata, come mai mi sono sentita nella mia vita.
Prima che arrivasse il Lisa Marie, le ore passavano lentamente.
Dietro le porte chiuse stavo seduta e aspettavo, ricordando la nostra vita insieme con le sue gioie, i dolori, la tristezza e i trionfi.
Ci imbarcammo sul Lisa Marie verso le 21 di quella stessa sera: i miei genitori, Michelle, Jerry Schillin, Joan Esposito e alcuni amici stretti. All’inizio mi sedetti da sola, in disparte, Poi andai in fondo all’aereo, nella camera da letto di Elvis. Mi distesi, incapace di credere che Elvis era morto veramente.
Ricordai le battute che Elvis faceva sempre sulla morte. Diceva: “Devo portar qualcosa per quando lascerò questa terra” e così iniziò ad indossare al collo una catena, dove c’erano sia la croce che una Stella di David. Ci scherzava su, dicendo che voleva essere tutelato in tutti i campi, non si sa mai che per un dettaglio si ritrovasse a perdere il Paradiso.
Il viaggio sembrava non finire mai.
Appena arrivammo a Memphis, ero completamente intontita.
Onde evitare la folla di fotografi, c’era una limousine che ci aspettava, e partimmo verso Graceland a tutta velocità. Lì incontrammo le facce sconvolte, incredule e agitate dei parenti, degli amici stretti, delle cameriere, di tutte quelle persone che erano rimaste con noi per molti anni. Avevo passato la maggior parte della mia vita con loro e ora le vedevo distrutte.
La maggior parte della famiglia di Elvis – Vernon, la nonna, sue figlie Delta e Nash ed altri – erano riuniti nella stanza della nonna, mente i suoi amici e i ragazzi che avevano lavorato con lui, erano quasi tutti nel soggiorno.
Tutti gli altri camminavano su e giù per le stanze, silenziosi e composti, guardandosi intorno increduli.
Lisa era fuori in giardino, con un’amica e correva con il golf cart che suo padre le aveva regalato. All’inizio rimasi affascinata nel vedere come fosse capace di giocare in un momento così, ma quando parlai con lei, mi resi conto che ancora non aveva realizzato la gravità di quanto successo.
Lisa aveva visto l’ambulanza che portava via suo padre e, in quel momento, per lei Elvis era ancora nell’ospedale, perciò era confusa.
“E vero?” mi chiese “E’ vero che mio papà se n’è andato veramente per sempre?”.
Ancora una volta rimasi senza parole. Era la nostra bambina: era già difficile per me trovare conforto per la morte di Elvis ed ora non sapevo come dirle che non l’avrebbe visto mai più.
Feci cenno di sì con la testa e la presi tra le mie braccia. Ci abbracciammo e poi lei corse via e riprese a correre con il golf cart.
Adesso capivo che il suo era un modo per evitare la realtà.
La notte fu senza fine. In molto di noi stavamo seduti intorno al tavolo ed è lì che venni a sapere com’ è successo.
Mentre ascoltavo il racconto di come si erano svolti i fatti nelle ultime ore di vita di Elvis, mi sentivo che stavo sempre più male. C’erano talmente tante domande in sospeso. Elvis era stato praticamente lasciato solo per tutto quel tempo.
Improvvisamente mi resi conto che avevo bisogno di stare sola.
Salii di sopra, nella suite privata di Elvis, dove avevamo passato insieme un’infinità di ore della nostra vita.
Le stanze erano più in ordine di quanto mi aspettassi. Molte delle sue cose personali non c’erano più. Sul suo comodino non c’erano libri. Andai nel guardaroba ed era come se sentissi viva la sua presenza – il suo profumo unico inondava la stanza. Fu una sensazione inquietante.
Dalla finestra del soggiorno potevo vedere migliaia di persone ferme sull’Elvis Presley Boulevard in attesa che il carro funebre riportasse il suo corpo a Graceland.
La sua musica riempiva l’aria tramite le radio di tutto il paese che lasciavano il loro tributo al Re.
La bara aperta venne messa nell’entrata .

LISA MARIE PRESLEY – Dal libro “Elvis By The Presleys“ (pubb. 2005)

Non amo parlare di questo. Erano le 4 del mattino del 16 agosto. Avrei dovuto essere già a dormire, ma lui mi vide e mi disse di andare a letto.
Io dissi, okay, e mi baciò per darmi la buona nottecosì poi me ne andai in camera mia.
Poi lui arrivò e mi mi diede un altro bacio per augurarmi la buona notte.
Quella fu l’ultima volta che lo vidi vivo.
Oggi per me è’ difficile stare nello stesso posto dove c’è stato mio padre.
Penso a Janis Joplin o Jim Morrison e penso a grandi artisti che hanno perso il contatto con la realtà, circondati da gente che ha succhiato la loro vita.
Mio padre era un uomo che ha dato aiuto a troppi ratti e troppi serpenti.
Quando lui iniziò, erano i tempi in cui il Ku Klus Klan bruciava le croci e la gente pensava lui fosse nero, ma a lui non poteva fregar di meno.
Continuò a frequentare i ritrovi di blues dove facevano la musica che gli piaceva.
Cantò con lo stile che lui voleva avere.
I bianchi lo amavano. I neri lo amavano, lo amava la gente che amava la grande musica. Questo è quello che conta!!!
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Il problema nasce quando se sei solo con te stesso e ti rendi conto che nella tua mente sono impresse più le cose tristi che quelle felici - Elvis Presley 7/05/1965
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Vecchio 16-08-2008, 05:06
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VERNON PRESELY - intervista del 1978

Sulla morte di Elvis, anche per me, ci sono tante domande in sospeso e per le quali vorrei una risposta.
Domande come:da quanto tempo era disteso a terra, prima che venisse scoperto?
Perché nessuno a Graceland si è preoccupato di sapere dove fosse e come si sentisse?
Ecco due domande per le quali esigo una risposta. So che, la notte prima della sua morte, aveva sofferto di insonnia e che aveva giocato a racquetball fino alle 4 – 5 del mattino. Cosa è successo allora? Vorrei saperlo.
Joe Esposito, un membro dell’equipe di Elvis, era con me in ufficio quando ricevette la telefonata da casa e mi disse che doveva andarsene immediatamente.
Io continuai a fare il mio lavoro fino a che non suonò nuovamente il telefono.
Patsy, la nostra segretaria mi disse “Ė Joe, ha uno strano tono di voce”
Presi la linea e Joe mi disse “Mr. Presley, Venga subito, Elvis non respira più”
Ero malato da tempo, così Patsy dovette accompagnarmi fino alla casa.
Nel momento i cui vidi Elvis, capii che era morto.
Su quello che è successo in seguito, nella mia mente c’è confusione.
Alcuni erano increduli e il mio dolore era talmente grande e immenso che, certe volte, riuscivo a malapena a capire cosa stesse succedendo.

Ad esempio, non mi sono nemmeno preoccupato della sicurezza.
Mai avrei creduto possibile, che uno dei cugini di Elvis sarebbe stato capace di fargli una foto nella bara e venderla ad un giornale per fare sensazionalismo.
Allo stesso modo, quando incontrai Caroline Kennedy, non avrei mai immaginato che avrebbe assistito al funerale, solo per poi raccontare come è andata. Inoltre, quando ci siamo incontrati, non sapevo nemmeno chi fosse. Ero con mia madre e mia sorella, quando Priscilla entrò con qualcuno che presentò come Caroline Kennedy.
Ricordavo la figlia del Presidente Kennedy, come di una bambina piccola, per cui mi fu difficile fare l’associazione.
Quando se ne andò, qualcuno disse “Era la figlia del Presidente Kennedy” e pensai: “Avrà pensato che sono completamente pazzo da non sapere chi è”. A quel punto uscii e la rincontrai. Le dissi che era un onore per noi, averla a Graceland e che era la benvenuta. In seguito Priscilla mi disse che Caroline voleva vedere la stanza dei trofei di Elvis. Le dissi che non era possibile fargliela vedere in quel momento, ma se si fosse fermata fino all’indomani dei funerali, l’avrei fatto. Per quanto ne so, Caroline non si fermò.
Io ero sottosopra per lo shock e per il fatto che stavo male, così non ho né visto né riconosciuto un sacco di celebrità che vennero ad assistere alla tumulazione. Ricordo che ho abbracciato Ann Margret e abbiamo pianto assieme, ma Roger Smith, suo marito, non l’ho nemmeno visto, anche se non era lontano.
Mi sento confortato dalla certezza che mio figlio è stato un dono di Dio e che la sua vita, è stata costantemente nelle mani di Dio.
Da un lato, avrei voluto che avesse vissuto per sempre, ma, dall’altro, so che la sua morte improvvisa, come la sua vita, facevano parte dei piani di Dio.
E ringrazio Dio di avermi dato un figlio così.


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LA MEMPHIS MAFIA


JOE ESPOSITO


E’ stata Ginger Alden, la sua fidanzata, a trovarlo e ci ha chiamato. Io ero al piano di sotto, Al Strada, il ragazzo che organizzava il suo guardaroba, era di sotto. Al è salito al piano superiore e mi ha chiamato immediatamente. Sono salito di corsa ed Elvis era riverso sul pavimento del bagno. Gli ho dato un’occhiata veloce e l’ho girato e mi sono reso conto che era morto. Ho chiamato l’ambulanza. Quando è arrivata sono saltato sull’ambulanza e Charlie Hodge ed io l’abbiamo accompagnato all’ospedale, insieme al Dr. Nick. 30 minuti dopo il nostro arrivo, ci hanno detto che era morto.
Ho chiamato il Dr. Nick dopo aver chiamato l’ambulanza, per raccontargli cosa è successo e lui è arrivato. Quella fottuta ambulanza ci ha messo 20 minuti ad arrivare, il che è stata una cosa ridicola. Noi l’abbiamo caricato sull’ambulanza e il Dr. Nick è venuto dietro con la sua macchina.

C’è chi ha raccontato che Elvis stava leggendo un libro porno e non è assolutamente vero. In ogni caso, l’ho girato, l’ho toccato e ho capito che era morto. L’ho capito subito. Ho preso subito il telefono. C’era un telefono alla destra del bagno e ho chiamato l’ambulanza. Quando è arrivata l’ambulanza, sono salito nell’ambulanza con lui. Con me è venuto Charlie Hodge ed è arrivato anche il Dr. Nick. Siamo andati all’ospedale e l’hanno portato in sala di rianimazione. Noi siamo andati con lui
Io lo sapevo che era morto, perché era freddo, ma speravo che non fosse così.
Il cuore si è fermato. Tutto qui. Si è fermato! Nessun dolore, semplicemente si è fermato! Hanno detto che era collegato alle droghe, ma io penso che fosse più collegato ai suoi problemi di salute. Non mangiava in modo sano. Oscillazioni di peso, aveva il cuore ingrandito, soffriva di pressione alta. La gente non si è mai resa conto di questo. Inoltre non c’era solo questo. Se osservi sua famiglia, da parte di sua madre, tutti sono morti giovani. Sono stati tutti dipendenti da qualcosa. Una coppia di cugini è morta di overdose e sua madre beveva molto. Perciò il gene da parte di madre non era cattivo.
Prendeva farmaci per la pressione alta, poi per il glaucoma che aveva ad un occhio. Poi aveva alcuni problemi all’intestino. Nessuno ne parla. Ecco perché prendeva tanti farmaci. Ma tutti questi farmaci non lo aiutavano, perché Elvis era il tipo che riteneva che 2 pillole fossero meglio di una. Ma non funziona così.
Suo padre Vernon ha voluto che la salma di Elvis venisse esposta per essere sicuro che tutti potessero salutare Elvis. Sono venuti migliaia di fans.

Per un periodo, non riuscii ad accettare che fosse morto. Avevo un blocco mentale. Era dura. Lui era ……. Eravamo molto, molto amici e abbiamo passato tanto tempo insieme e io lo considero ancora il mio migliore amico.
Ho perso qualcuno talmente caro, con cui ho vissuto molto tempo e le nostre vite sono state unite………. Ecco io pensavo continuamente che la mia vita fosse finita, in quel momento.

SONNY WEST

Mi trovavo in California con mia moglie e volevo comprare un cavallo.
Il 16 agosto 1977 mi alzai e avevo degli appuntamenti per due interviste. Il tempo sembrava mettersi al bello e non pensavo potesse piovere.
Avevo fatto un’intervista telefonica con una radio del Canada, durante la quale uno dei ragazzi mi chiese “Cosa diresti se un giorno tu leggessi su un giornale che Elvis è morto?”.
Risposi: ”Dio ti prego no!! Non sapevamo ancora che Elvis era già morto e nemmeno lui lo sapeva. Elvis non era ancora stato trovato o quantomeno non era ancora stato dato l’annuncio. Probabilmente nel momento in cui stavamo parlando, Elvis era ancora riverso sul pavimento. Così dissi che non ne sarei rimasto sorpreso perché avevo parlato con Al Strada e mi aveva detto che Elvis non stava bene.
Dopo l’intervista riagganciai il telefono e con mia moglie mi avviai per ritirare il cavallo.
Il ragazzo che me lo vendeva mi venne incontro e mi disse: “Hai sentito?” Lo guardai e dissi “Elvis è morto!” “Sì!”
Caddi sulle ginocchia e dissi solo “Perché? Perché?”
L’uomo mi disse “Mi dispiace, non immaginavo che ti avrebbe fatto questo effetto”
Io non riuscivo a parlare e mia moglie spiegò che era più di un amico.
A quel punto mi alzai e me ne andai per conto mio, da solo.
Andai verso il recinto e urlai, colpendo e rompendo il recinto in legno. Decisi che dovevo andarmene da lì, subito.
Judy mi abbracciò e entrammo nel camion. Senza nemmeno salutare, misi in moto e partii verso casa.
Il telefono squillava in continuazione e rispondeva sempre Judy, perché io non ce la facevo a parlare con nessuno.
Una delle chiamate era di Red e Pat. Chiesi loro di venire da me. Entrambi piangevamo al telefono. Red arrivò e ci abbracciammo, singhiozzando e dicendo “Elvis se n’è andato!”.
Ero distrutto. Per me era come un fratello.

RED WEST


Il 16 agosto 1977 ero nel bel mezzo di un episodio di “Black Sheep Squadron” che si chiamava “200 Pound Gorilla”. Era mattina presto e con Robert Conrad e uno stunt coordinator stavamo provando una scena, quando arrivò Chuck correndo e disse: “Credo di aver sentito alla radio che Elvis è morto”.
Robert Conrad era diventato amico di Elvis e, molte volte, avevamo chiacchierato insieme su quanto gli stava succedendo.
Mia moglie e i miei due figli arrivarono piangendo e non ci importò un fico secco di continuare quel giorno o di continuare il resto dell’episodio.

SAM THOMPSON


Sapevo che qualcosa non funzionava e cercai di dirglielo…. Ma lui non voleva ascoltare…. Lui pensava di essere ammalato davvero, e che se c’era una prescrizione medica le cure avrebbero funzionato … Elvis pensava di aver bisogno delle medicine che prendeva… Penso che sia arrivato al punto di pensare che ne aveva bisogno in maggiori quantità.…. Questo fu l’inizio della fine.
Il 16 agosto, stavo camminando a Graceland ed ero là quando il Dr. Nick ritornò dal pronto soccorso e disse a Vernon che Elvis era morto.
Lisa corse in camera di sua nonna e chiamò Linda, mia sorella.
Quel giorno avrei dovuto riportare Lisa Marie da sua madre e poi saremmo partiti per il tour, iniziando da Portland, ME.
Dick Grob andò all’ospedale, mentre io, invece rimasi a Graceland per organizzare la sicurezza.
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Il problema nasce quando se sei solo con te stesso e ti rendi conto che nella tua mente sono impresse più le cose tristi che quelle felici - Elvis Presley 7/05/1965
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Predefinito Re: 16/08/1977 - Le Reazioni

DAVID STANLEY

Elvis non era nelle condizioni di affrontare un tour, né fisicamente né emotivamente. E lui lo sapeva. Trattandosi di Elvis, non voleva deludere i suoi fans, ma le sue condizioni erano sufficientemente serie, per dover scegliere di cancellare il tour.
In “Life With Elvis”, ho scritto che nell’agosto 1977, per Elvis era arrivato il momento di morire. In “Raise On The Rock”, ho scritto della tua ultima conversazione con Elvis, il 14 Agosto 1977: “L’ultima cosa che mi disse fu “David, voglio dirti addio”
Credo che per tutti arriva un momento in cui siamo pronti a fare il passo successivo.
Per Elvis, il momento fu il 16 agosto 1977. Alle volte è tempo di andare….. ed Elvis era pronto per fare il passo successivo del suo viaggio.
Io dico sempre “Sii Elvis per un giorno”. E’ sbalorditivo che non gli sia successo prima.
Come ho scritto in “Raise On The Rock”, Elvis era una persona che aveva tutto, ma era infelice per ciò che la fama e la ricchezza gli avevano portato.
Credo che Elvis abbia trovato un po’ di pace interiore. Vi si è addentrato, ma non ha saputo gestirla contro tutti i suoi demoni. In un certo senso la leggenda prende il sopravvento sulla realtà. Ricordo la sua affermazione più chiara: “L’immagine è una cosa, ma l’uomo è un’altra”. Lui era cosciente della sua influenza. Elvis ha trattenuto molto di se stesso. Penso che si sia tormentato, su come gestire il potere di Dio, nei concerti, quel potere spirituale, ritenendo fosse parte del suo scopo, ma non era totalmente sicuro di come convogliarlo al suo pubblico.

DICK GROB

IL 16 agosto 1977, ero a casa mia a Memphis, mi ero appena alzato e dovevo preparare i miei bagagli.
Ero rimasto con Elvis fino alla 5.30 del mattino, parlando con lui di un sacco di cose.
Stavo bevendo un caffè, quando telefonò Tommy Henley. Rispose mia moglie e mi disse che Tommy voleva parlare con me. Al telefono, mi disse di correre velocemente all’ospedale. Dalla sua voce mi resi conto che il problema era piuttosto grave. Gli chiesi se c’era qualcosa che non andava e mi rispose di sì! Chiesi se riguardava Elvis e me lo confermò.
Mi vestii velocemente e corsi all’ospedale. Ero là quando il team dei medici annunciò che Elvis era morto e Marian Cocke, la sua infermiera, gli baciò la fronte e gli disse addio.
Protessi il corpo e presi la domanda per fare l’ autopsia per farla firmare a Vernon.
Per fortuna l’autopsia è rimasta privata, e mai nessuno vedrà una foto di Elvis nell’obitorio, sbattuta su National Enquirer o altra porcheria di giornale.
Il fatto che io abbia potuto prevenire tutto ciò è una delle cose di cui sono più orgoglioso nella mia vita..

GEORGE KLEIN

Il 16 Agosto 1977 ricevetti una telefonata dalla radio WHBQ. Qualcuno disse che era arrivata voce che Elvis era morto. Dissi, non credeteci, è già stato detto altre volte. Ma la cosa sembrava seria, perché tutte le altre radio iniziarono a parlarne e a commentare. Così, finalmente chiamai Graceland e mi rispose Sandy, la compagna di Vernon.
Chiesi se era vero, e lei rispose di sì, devi venire qui subito.
Mi sentii come se qualcuno mi avesse pugnalato con un coltello ardente.
Presi la mia macchina e andai velocissimo a Graceland. Entrai nel soggiorno e Mr. Presley mi abbracciò. Piangeva in modo incontrollabile.
Disse: “George, l’ho perso. Ho perso mio figlio” Non lo dimenticherò mai. Ognuno abbracciava l’altro, piangevamo tutti, pregavamo che avvenisse qualche miracolo.
Dopo circa un’ora, arrivò il Dr. Nick che ci diede la conferma.

LARRY GELLER - da un’intervista

Il 16 agosto 1977 rimarrà per sempre impresso nel mio cuore e nella mia mente.

Alle prime ore di quella mattina, mi trovavo al piano di sotto di Graceland, quando Elvis mi chiamò al telefono dalla sua camera.
Era appena arrivato a casa dopo essere andato dal dentista.
Non stava bene ed è salito subito di sopra.
La cosa divertente è che, da quando l’avevo conosciuto, nel 1964, al telefono non mi era mai capitato di sentire la sua voce così dolce, così melodica e così giovane, come in quella chiamata.
Per come l’avevo visto, appena arrivato, mi sentivo in ansia per la sua salute, ma il suo tono di voce e il modo di fare mi fecero sentire molto meglio.

Elvis mi chiese di salire perché dovevamo parlare.
Era tardi e aveva bisogno di riposare. Così gli suggerii di riposare, tanto durante il tour, avremmo avuto molto tempo a disposizione per parlare.
Gli dissi che, il giorno dopo, gli avrei portato gli altri nuovi libri che mi aveva chiesto. Fu una conversazione molto piacevole, in cui ridemmo parecchio, fino a che non arrivò il momento di darci la buonanotte.
L’ultima cosa che Elvis mi disse fu “Larry, ricordati, gli angeli volano perché così si dirigono verso la luce”.

Qualche minuto dopo essere entrato nella mia camera all’Howard Johnson, che si trovava in fondo alla strada, Elvis mi chiamò di nuovo.
Aveva cambiato idea e voleva i libri subito. Così mandò uno dei ragazzi a prenderli, risparmiandomi di uscire di nuovo.

Il pomeriggio del giorno dopo, quando Elvis fu trovato riverso sul pavimento, teneva stretto al petto il libro che gli avevo mandato, il cui titolo era “The Scientific Search For The Face Of Jesus, concerning what's known as The Holy Shroud” (la ricerca scientifica del viso di Gesù, riguardo a quanto si conosce della Sacra Sindone”).


LARRY GELLER - Dal libro “Leaves of Elvis’ Garden” – Larry Geller (pubb. 2007)

L’unico suono che sento è un martellante “ba-bam, ba-bam” contrapposto ad “Click-clack-, click-clack” come se qualcuno avesse alzato il volume di un basso.
Ora si può sentire la bellezza della canzone, la melodia, delle parole. Ma ora so dove si trovano: stanno aspettando nel freddo silenzio di quella stanza, alla fine di quel corridoio buio, sotto un lenzuolo bianco che copre quanto di terreno rimane di Elvis Presley.
Sulle pareti si sente il rimbombo dei passi nel lungo corridoio, del battito arrabbiato del mio cuore e dei miei passi pesanti, mentre vado a prepararlo per la sua ultima apparizione.
Tutto quello che posso vedere è il corpo senza vita di Elvis che giace su un tavolo coperto dal lenzuolo. Lentamente mi avvicino a lui, il mio sguardo è fisso su di lui e mi sento travolgere da un’ondata di emozioni caotiche.
Immediatamente mi sento stordito e devo afferrare il tavolo per tenermi in equilibrio.
La realtà della sua presenza senza vita mi obbliga ad accettare l’inevitabile e ancora…… com’è possibile….. e il mio battito cardiaco diventa sempre più forte.
Il suo naso aquilino perfetto, quelle famose labbra carnose – il viso di un Adone – l’innaturale immobilità della sua faccia, mi fanno ricordare l’inimmaginabile: che la sua voce non canterà più.
Ora, amico mio, hai attraversato i cancelli dell’immortalità dell’anima, il cui segreto è conservato solo dalla morte stessa. Non è possibile! Non è successo! Non può essere vero! Voglio urlare “Apri i tuoi occhi Elvi. Siediti, fai una smorfia, guardami e dimmi che questo è uno dei tuoi scherzi e che tornerai a Graceland. Dai, ragazzo….. ti prego!”
Silenzio.
Il mio cuore è invaso da un dolore insopportabile, ma non ha importanza devo comunque preparare i capelli di Elvis. Mentre faccio quanto Vernon mi ha chiesto, faccio del mio meglio per apparire calmo e professionale
Non riesco a credere quanto tempo ci ho messo per fare i suoi capelli. Avevo lavorato così tante volte sulla sua testa, ma questa volta era diverso.
Alla fine il mio lavoro è terminato, ma non riesco a lasciarlo. Non ci sono parole per descrivere le emozioni e i ricordi che mi attraversano la testa e il cuore.
Guardo di nuovo Elvis e scruto il suo viso, sereno e quasi beato e una calma mi avvolge. Sento un silenziosa presenza nella stanza, come se fosse lì a rassicurarmi che sta bene adesso. E’ a casa!!
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Il problema nasce quando se sei solo con te stesso e ti rendi conto che nella tua mente sono impresse più le cose tristi che quelle felici - Elvis Presley 7/05/1965
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JERRY SCHILLING - Dal libro “Me And A Guy Named Elvis” – Jerry Schilling (pubb. 2007)


Il 16 agosto 1977, era nella terrazzo della casa sulla collina, che Elvis mi aveva regalato. Avevo lavorato fino all’ultimo minuto per la preparazione del tour dei Beach Boys, mettendo ogni cosa al suo posto, curando ogni particolare e il telefono aveva suonato tutto il giorno. Tutto quello che restava da fare era solo salire sul primo aereo e questo sarebbe stato il mio primo vero tour, in qualità di tour manager della più grande band di rock and roll.
Guardavo l’arida collina sotto casa mia.
Negli ultimi anni, il Sud della California aveva sofferto la siccità e, dalla terrazza, mi stavo meravigliando di quanto i cactus e gli eucalipti riuscissero a sopravvivere al gran caldo secco.
Il telefono suonò di nuovo ed ero tentato di ignorarlo.
Era bello potersi finalmente godere la casa e il paesaggio, almeno per un momento.
Scelsi di andare a rispondere. A malapena riconobbi la voce stremata dall’altra parte del telefono, ma riuscii a capire che era Pat Parry, la donna che, in tutti questi anni, era stata amica di Elvis e di tutti noi ragazzi.
“Elvis è morto” disseRiagganciai il telefono. Inizia a piangere. Tornai in terrazza e stava iniziando a piovere.
Aveva solo 42 anni ed ora se n’era andato!!!
Non avevo dubbi che fosse vero, ma contemporaneamente non sembrava impossibile.
Il Lisa Marie era pronto per portare Elvis al prossimo tour, che doveva iniziare il 17 agosto. Adesso invece, Vernon stava mandando quell’aereo a Los Angeles, in modo tale che Priscilla, suo padre e sua madre, sua sorella Micelle, Joanie Esposito, Shirley Dieu, la fidanzata di Joe ed io potessimo arrivare a Memphis per il funerale di Elvis.
Rick Husty venne a prendermi per portarmi all’aeroporto. Non avevamo voglia di parlare. In macchina, Rick accese la radio, tenendola a basso volume, tanto per rompere il silenzio.
La radio trasmetteva Elvia. Era una ballata. Alla fine della canzone, il DJ disse “E’ una delle più belle canzoni cantate dal defunto Elvis Presley”.
Il defunto Elvis Presley!!. Questa espressione fu un duro colpo.
Era vero. Se n’era andato.
Quando arrivai all’aeroporto, il Lisa Marie era lì, ma non era arrivato ancora nessuno.
Le scalette erano giù e le porte erano aperte, così salii.
Pensai alle prime volte che ero salito su quell’aereo, quando ancora era vuoto.
Viaggio dopo viaggio a Meacham Field, ero a bordo a guardavo Elvis che eccitato, faceva foto agli interni che, gradualmente, erano stati trasformati e realizzati come lui li voleva.
Ora, ogni dettaglio dell’aereo era un’estensione di Elvis, dalle poltrone in pelle all’impianto intercom che aveva richiesto, al bar in che riempiva di soda e Mountain Valley Spring Water.
Con così tante cose di quest’uomo intorno a me, era difficile non pensare che, in un momento qualsiasi, sarebbe arrivato.
Mi diressi sul retro dell’aereo, verso la camera da letto. Appoggiati sul tetto c’erano un paio di pigiami, pronti perché lui potesse indossarli durante il volo. Sul comodino, c’erano alcuni tra i suoi libri preferiti, qualcuno aperto sulla pagina in cui aveva interrotto la lettura.
Stavo talmente male che mi sembrava di non riuscire a sopportare il dolore……… ma non era il momento di diventare sentimentale.

Sapevo che il giorno del funerale e quelli seguenti sarebbero stati insopportabili per Vernon, la nonna, Priscilla e Lisa, ed io volevo essere forte per loro.
C’erano molti dettagli da seguire e tante cose da fare e io volevo rendermi utile per qualsiasi cosa potessi fare.

Però, da solo in quella camera, mentre guardavo i pigiama vuoti del mio amico, provai il desiderio di toccarli.
Mi sedetti sul letto e presi la blusa del pigiama e la tenni stretta. Rimasi così solo un attimo e poi tornai nella sala riunioni, mi sedetti su una delle sedie in pelle e aspettai l’arrivo degli altri.
Quando, salita sull’aereo, vidi il dolore negli occhi di Priscilla, per me la perdita divenne ancora più reale. Ci abbracciammo per un momento, ma era difficile descrivere a parole quello che provavamo. Infatti, durante il volo diretto a Memphis, tra noi non ci fu molto di cui parlare.
In quel momento realizzai che tutti noi eravamo sotto shock, immersi nella tristezza così profondamente che non avevamo la forza di fare nient’ altro.
Ricordo che dopo circa un’ora di volo, sentimmo un inconfondibile odore di bruciato e notai subito che proveniva dall’interno dell’aereo.
Eravamo in un tale stato che pensammo immediatamente che a bordo fosse scoppiato un incendio.
L’equipaggio andò nella sala conferenze e realizzò che una coperta era stata a contatto con un filo elettrico scoperto e aveva iniziato a bruciare. La coperta era disintegrata. L’aereo continuò il suo volo verso Memphis.

Arrivati a Graceland, i Vernon era in una stanza sul retro, seduto e alla vista di Priscilla scoppiò in un pianto incontrollabile.
Mi avvicinai e misi la mia mano sulle spalle sperando di riuscire a dargli un po’ di conforto.
Vernon aveva dato disposizioni che la bara venisse esposta al pubblico, nella sala da pranzo di Graceland, in modo tale che il maggior numero possibile di fans potesse portare i suoi rispetti ad Elvis.
Alla fine, ci fu il momento riservato ai famigliari e alle persone più vicine ad Elvis.
I ricordi ormai sono confusi, ma ho un particolare molto presente nella mia mentea: per tutto il tempo in cui noi amici e i membri della famiglia hanno potuto onorare la salma, si sentiva un unico suono che attraversava la stanza: le continue urla di dolore di Vernon.
Ricordo che, dopo il servizio privato, salii nella stanza di Nonna Presley. Era già molto vecchia ma ora sembrava particolarmente piccola e fragile. Lei ed Elvis avevano condiviso la casa praticamente dal giorno in cui Elvis era nato e lui ci teneva molto a lei.
Sul piccolo comodino vicino al suo letto, teneva ancora due foto: una di Elvis, Gladys e Vernon e una di Priscilla. In quel momento prese la mia mano e con voce tremante mi disse: “Pensi che potresti tornare a vivere in questa casa figliolo?”.

Dopo il funerale rimasi impegnato abbastanza per permettere alle mie emozioni di non avere il sopravvento.
Pensavo di stare bene. Ma non era così. Carl e Annie mi chiesero come stavo ed io inizia a rispondere, improvvisamente sentii un pungo nello stomaco: non avrei più rivisto Elvis!!
In quell’istante tutto venne a galla, ogni cosa che per una settimana, avevo trattenuto: la rabbia, la collera, il dolore, la perdita, l’angoscia. Il mio migliore amico era morto e non dovevamo perderlo in quel modo.
Presi a pugni la parete rivestita in pietra, fino a rompermi la mano.
Carl e Anni cercarono di calmarmi e rimasero con me fino a quando la sofferenza e la rabbia non mi lasciarono sfinito
Elvis c’era stato per me in ogni giorno della mia vita ed ora io dovevo imparare camminare da solo.
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BILLY SMITH – dal libro “Revelations From Memphis Mafia” di Alanna Nash (pubb. 1995)

La sera prima, Elvis sembrava stanco e non era nella sua forma migliore.
Cercava di fare alcune cose e sentirsi attivo, ma non lo era realmente. Qualche volta Elvis era intrattabile, e questa volta era preoccupato per l’ imminente tour.
L’ultima sera, Elvis, Ginger, Jo andammo al racquetball e giocammo una o due partite. Era di ottimo umore, ma non è che giocasse veramente. Soprattutto cercava di battermi! Scherzava e rideva.
Tornammo a casa ed Elvis si sedette al pianoforte, e cantò alcune canzoni e l’ultima fu “Blue Eyes Crying in the Rain”.
Poi salimmo insieme al piano di sopra, gli lavai i capelli e lo aiutammo a mettersi a letto.
Mi abbracciò e mi disse: “Ti voglio bene…. Buonanotte. Questo sarà un grande tour”

Il 16 agosto, poco dopo le 2 del pomeriggio, ricevetti una telefonata da mia cugina Patsy.
Dalla sua voce capii che c’era qualcosa che non andava. Era fuori di sé.
Mi disse “Penso sia meglio tu vada in ospedale!
Non è che ne fossi così entusiasta, perché non era la prima volta.
Dissi “Cosa c’è che non va?”
Lei disse “Credo sia morto!”
E io “Dio mio no! Non dirlo!”
Ma lei disse “No Billy. Credo che questa volta se ne sia andato sul serio”
Così iniziai a perdere il controllo. Uscii per prendere la mia moto e correre in ospedale. In quel momento arrivò David.
Salii sulla sua macchina e lui disse “Dove andiamo?”
“Al Baptist Central!”
Per tutto i, tragitto ripetevo a me stesso che sarebbe guarito, ma c’era un’altra parte di me che conosceva la verità.
Quando arrivai, lo staff del “The Havery Team” aveva portato Elvis nella Trauma Room 2.
Tutti i ragazzi che erano saliti sull’ambulanza – Charlie, Joe e Al - si trovavano nella Trauma Room 1.
Incontrai delle difficoltà con la sicurezza, ma finalmente arrivò Marian Cocke che vedendomi disse loro “Lasciatelo passare. E’ suo cugino”
Entrai nella Trauma Room 1 e Joe mi mise una mano sulla spalla e disse “Se n’è andato. Sono sicuro”
Dopo poco tempo il Dr. Nick uscì dalla sala di rianimazione. Guardò verso me e Joe e scuotendo la testa disse “L’abbiamo perso” .
Ci abbracciammo tutti, scoppiando a piangere.
Il Dr. Nick mi mise il braccio al collo e anche lui pianse come un bambino.
Disse “E’ nella stanza qui vicino. Vuoi vederlo?
Ci pensai un attimo e dissi “No, non così”.
Feci un passo avanti verso la porta e dissi “Perdonatemi tutti, ma io devo uscire da qui!”
L’unica cosa che riuscivo a pensare era “Dio non è vero, non è successo. Non può essere!! Billy, torna a Graceland e vedrai che lui è là. Vedrai che là che va tutto bene”
Ma quando tornai a Graceland le cose non erano migliori di quelle in ospedale.
Entrai nel mio trailer e mia moglie disse “Dimmi che non è vero! E io risposi “Dio mio Jo, se n’è andato”. E crollammo. Ero talmente confuso che non riuscivo a spiegare cosa fosse successo. Pensai che era meglio uscire e andare a correre fino allo sfinimento, così tutto sarebbe passato. Ma visto che non ce la facevo, pensai “Svegliati. E’ tutto un sogno”.
Il mondo mi era crollato addosso!! Tutto era andato in fumo!
Mentre cercavano di rianimare Elvis nel bagno, Vernon ebbe quasi un collasso e iniziò ad urlare “Non andartene, figlio mio! Vedrai che andrà tutto bene!” E poi iniziò a gemere “Mio figlio è morto”!
Subito dopo la morte di Elvis, Vernon fece un’affermazione parlando di noi ragazzi e disse “Non lavoreranno più come il gruppo di Elvis. Adesso lavoreranno per il mio gruppo”.
Vernon aveva voluto questa processione di 16 limousine bianche. La gente pensò che fosse un riferimento alla canzone “Mistery Train” visto il riferimento al verso in cui dice “lungo 16 carrozze”, ma di fatto era il numero di limousine che eravamo riusciti a trovare.
Poi Vernon volle avere una scorta di polizia. Alla fine il funerale costò poco meno di $ 50.000.
Il funerale fu una cosa strana. Nella mia testa passavano pensieri strani. Ero impazzito a tal punto da aver voglia di morire. Pensavo “Perché mi hai fatto questo? Perché ci hai lasciato qui?”


LAMAR FIKE – dal libro “Revelations From Memphis Mafia” di Alanna Nash (pubb. 1995)

Fu Joe a chiamare il Colonnello. Eravamo al Dunjey Sheraton di Protland, Maine. Mi ricorderò di quell’hotel lo ricorderò finché campo.
Ero rimasto sveglio tutta la notte, dopo aver preso il volo da Los Angeles e ero sfinito. Salii al piano di sopra, impostai tutti i sistemi di sicurezza e le stanze per il tour.
Poi scesi per fare colazione.
Dopo di che, dissi a Tom Hullet e il Colonnello che sarei andato a stendermi sul letto per un paio d’ore.
Mi ero appena messo a letto quando Tom bussò alla mia porta, dicendo “Lamar, il Colonnello vuole vederti”
E io “Digli che lo vedrò più tardi”
Al che Tom mi urlò “Lamar, apri questa porta! Devi andare nella stanza del Colonnello e parlare con lui, subito!”.
Ricordo che quando entrai nella stanza del Colonnello, lo trovai seduto a lato del letto, mentre parlava con Joe al telefono. Tutti stavano a testa bassa e guardavano in terra.
Dissi “Che diavolo sta succedendo qui!
Il Colonnello riagganciò il telefono, si alzò dal letto e venne verso di me, fermandosi a nemmeno un piede davanti a me.
Disse “Lamar, devi andare a Memphis e vedere Mr. Presley. Elvis è morto!”
Dissi “Sicuro?”
“E’ così’’
A quel punto non riusci a trattenermi dal dirgli “Ti ci è voluto un po’ ma finalmente sei riuscito a portarlo alla tomba, vero?”
Ero distrutto. Mi guardai intorno e dissi “Ve l’avevo detto, ragazzi, ma nessuno mi ha voluto ascoltare!”
Presi un aereo fuori Portland e sul volo c’erano tre giornalisti di televisioni importanti e avevano le telecamere. Ma io non volevo parlare con nessuno.
Così, l’assistente di volo, per tutto il viaggio di ritorno a Memphis, mi fece stare nella cabina.
Quando atterrai vidi che un paio di ragazzi erano venuti a prendermi per portarmi a casa.
Non so proprio come descrivere quel momento. Ero talmente stordito.
La morte di Elvis era come una sorta di campanello che suonava continuamente nelle mie orecchie. Un suono che per quasi tre anni non mi ha mai abbandonato. Ero sotto shock. Direi che era uno stato davvero opprimente! Mi ricomposi, ma…. uffa…….che brutta situazione!!

Guardai la bara e la prima cosa che mi venne in mente fu quanto inutile fosse stata quella morte. Era morto un uomo di 42 anni. Anche mio padre aveva 42 anni quando morì. Ci pensaii molto, ma la morte di Elvis è stata più devastante che quella di mio padre.
Alcuni hanno scritto che il Colonnello si presentò al funerale vestito con una camicia hawaiana.
Per Dio, non indossava una camicia hawaiana, bensì una camicia azzurra con maniche corte e un berretto da baseball. Il colonnello non avrebbe indossato camicia e cravatta per nessuno al mondo.
Mentre Elvis era ancora nella bara a Graceland, il Colonnello concluse una trattativa con Vernon relativa a tutto ciò che riguardava il merchandising e i souvenirs.
Il Colonnello ricevette un sacco di critiche per questo e soprattutto per averlo fatto a sole 48 ore dalla morte di Elvis. La gente pensa che sia stata una cosa terribile. Invece grazie a Dio, il Colonnello facendo così. è colui che ha fatto sì che il patrimonio sia quello che è oggi.
Il Colonnello ha sempre detto “Elvis non è morto. Quello che non c’è più è solo il suo corpo”

MARTHY LACKER - dal libro “Revelations From Memphis Mafia” di Alanna Nash (pubb. 1995)

Non dimenticherò mai quel giorno.
Lavoravo come venditore per una società alimentare. Avevo appena lasciato il mio ufficio a Irvine, California.
Salii in macchina e appena misi in moto, automaticamente si accese la radio e io sentii “……ley è morto” e dopo queste parole il disc jockey mise un disco di Elvis.
Mi dicevo “Non può essere. Deve trattarsi di una coincidenza oppure una delle solite voci”
I due minuti in cui aspettavo la fine della canzone, furono i più lunghi della mia vita. Finalmente il DJ disse “Signore e signori, come abbiamo annunciato prima, il Re del Rock ‘n Roll è morto oggi”
Mi agitai talmente che la macchina mi partì, rischiando di andare contro il palo de semaforo. Rimisi la macchina sulla carreggiata e mi diressi verso casa a tutta velocità. Dovevo chiamare Graceland. Il mio cuore batteva all’impazzata. Il Dj continuava a mettere dischi di Elvis, dicendo “Elvis è morto”
Appena entrai nella strada dove c’era la mia casa, mia moglie e le mie figlie videro arrivare la macchina. Uscirono nel mezzo della strada. Erano isteriche, Gridavano “E’ vero? E’ vero?” dissi “Non lo so. Fatemi chiamare la casa”.
Misi la macchina in garage e chiamai subito Graceland.
Mi rispose Larry Geller.
Dissi “Larry, cosa significa?”
E lui rispose “Se n’è andato, Marty. Se n’è andato!” .
Non riesco a spiegare cosa provai, quello che ricordo bene è che iniziai a tremare.
Gli chiesi “Cosa è successo?”
E Larry disse “Ha avuto un attacco di cuore in bagno” e poi aggiunse “Non riesco più a parlare”.
Così gli chiesi di passarmi qualcun altro e arrivò Lamar.
In quel momento stavo piangendo e Lamar disse “Piantala con questa m…! Ce n’è già abbastanza qui!”
Le parole di Lamar mi fecero molto male e così dissi “Dannazione, io gli volevo bene” e Lamar “Tutti lo amavamo, ma questo non ce lo riporta indietro”
Dissi a mia moglie che era vero e che Elvis era morto.
Pasty ebbe una crisi di nervi, perché negli ultimi anni anche lei era molto preoccupata per lui.
Dopo un po’ richiamai Graceland e parlai con Joe.
Dissi “Voglio venire lì, voglio essere al funerale”
E lui “Va bene. Troverai un biglietto all’aeroporto per te” .
Ma poi mia moglie iniziò a stare così male che non poteva essere lasciata sola.
Prima aveva detto “Va tutto bene…. Vai” e poi, quando ero pronto per uscire, lei iniziò ad urlare.
Questa cosa mi fece ricordare quanto, per troppi anni, avevo trascurato sia lei che i miei figli e pensai “No, non posso lasciarla” E così iniziai a pensare che non volevo vedere Elvis nella bara e tantomeno volevo vederlo seppellire.
Probabilmente, quella fu la prima volta in 20 anni che scelsi mia moglie e la mia famiglia, anziché Elvis.
Così seguii le notizie alla TV, come chiunque altro.
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I MUSICISTI


JOE MOSCHEO – IMPERIALS Dal libro “The Gospel Side of Elvis” di Joe Moscheo (pubb. 2007)

Agosto a Memphis. Il sole ti picchia sulla testa e l’umidità unita al caldo crea un’afa insopportabile. Il sudore esce da tutti i pori, le bolle dell’asfalto sembrano essere pannelli solari. Anche le foglie non si muovono. Preghi per avere un po’ di brezza.
Era così quanto arrivai a Graceland per il funerale di Elvis e, pur se non si poteva combattere contro il caldo, non riusciva comunque competere con il grande dolore che provavamo, in aggiunta al peso che dovevamo portare.
In quel periodo, io lavoravo per la BMI a Nashville.

Il 16 agosto ricevetti una telefonata dal mio amico, Bill Hance, che scriveva per un giornale serale di Nashville, il Banner. Bill parlava talmente veloce che non capivo niente e balbettando disse “E’ appena arrivata la notizia che Elvis è morto a Graceland”.
Sotto shock, chiamai immediatamente Priscilla e scoprii che stava partendo per prendere l’aereo che Vernon aveva mandato, per prelevare la famiglia e gli amici della West Coast e portarli a Memphis.
A quel tempo, mia moglie ed io eravamo molto amici di Priscilla.
Era dal 1971 che non lavoravo più per Elvis, quindi per poter stare con lei, andavamo a Memphis su invito di Priscilla. Ricordo perfettamente le 4 ore e mezza di viaggio in macchina durante le quali io e mia moglie sentivamo solo il nostro dolore. Non una parola uscì lungo tutto il tragitto, ma per tutta la sua durata ascoltammo la radio. In ogni stazione radiofonica di parlava della morte di Elvis, con una vera a propria maratona della sua musica. Era qualcosa di magico, di surreale.

Andammo direttamente a Graceland per incontrare Priscilla e lei organizzò di farci stare con una coppia di nostri intimi amici. Ognuno stava reagendo a modo suo: alcuni erano sotto shock e giravano intorno con uno sguardo sbalordito, altri piangevano ininterrottamente e alcuni di noi facevano di tutto per tenersi occupati. Amici e familiari vagavano in ogni direzione.
Vernon mi guardò con l’aspetto di un uomo distrutto.
Chiese a J.D. Sumner di aiutarlo a preparare il servizio funebre e andarono nella stanza di Charlie Hodge per elaborare i dettagli.
Tuttavia Charlie non fu di grande aiuto, perché piangeva in continuazione.
Praticamente della cosa si prese carico J.D. e iniziò a convocare tutti i gruppi gospel, affinché, ancora una volta, cantassero le canzoni preferite di Elvis.
In aggiunta al ministro della locale Church Of Christ, JD e Vernon decisero di chiamare il Rev. Rex Humbard per il discorso.

Girando per Graceland, in ogni angolo, si potevano vedere 2 o 3 persone che parlavano delle storie che preferivano di Elvis e condividevano i loro ricordi più intensi. Tutti erano visibilmente sconvolti. Altri dalla finestra guadavano i fans che si accalcavano. Ricordo ancora l’odore che proveniva dalla cucina. Come tutti sanno e chi ha partecipato ad un funerale nel Sud degli Sstati Uniti, ai funerali ci sono sempre molte cose da mangiare sia prima che dopo la cerimonia.
I cuochi di Graceland voleva assicurarsi, che per gli ospiti, ci fossero stati i piatti preferiti di Elvis: braciole di maiale, purè di patate, polpettone, focacce, succhi di pesca e altri piatti tradizionali della cucina del Sud.
Nel pomeriggio del giorno prima del funerale, il servizio di sicurezza venne istruito di aprire i cancelli per concedere alla gente di sfilare davanti alla bara, che era stata esposta nell’entrata. Erano arrivate migliaia di persone e Vernon aveva insistito affinché fosse loro permesso di vedere e omaggiare la salma. La fila era ininterrotta e durante tutto il pomeriggio una processione silenziosa si avvicinava alla casa, a due a due, in modo educato e venerante.
Alla fine c’erano almeno altre 10.000 persone che aspettavano, sperando di poter vedere Elvis nella bara. Le guardie riuscirono a chiudere i cancelli senza che fossero avvenuti incidenti.

TERRY BLACKWOOD - IMPERIALS

L’ho saputo in macchina mentre partivo da Memphis per fare una data da qualche parte. Lo sentii alla radio. Sconvolto, scioccato. Ero sorpreso perché non si accetta mai che un uomo muoia a 42 anni.
Ha sempre detto che non voleva vivere a lungo, diceva che voleva morire alla stessa età di sua madre.

ED ENOCH - STAMPS

Ho saputo della morte di Elvis dalla televisione.
Quella mattina eravamo al National Airport e aspettavamo l’aereo che venisse a prenderci per iniziare il tour. L’aereo era in ritardo, e quell’aereo non ritardava mai. Invece, aveva oltre un’ora di ritardo. Ricevemmo una chiamata, in aeroporto, che ci diceva che il tour era stato cancellato “Per volontà Divina”.
E’ stata l’unica cosa che ho sentito. Tornammo a casa, io vivevo in Virginia.
Quando arrivai a casa, la signora che teneva mio figlio, disse: “Hai saputo la novità?”
La sua Tv era accesa e, in quel momento, passavano l’informazione che Elvis era morto. Ecco come l’ho saputo, anche se più tardi fummo informati anche da Graceland e dall’Ufficio di Parker.

Abbiamo cantato al suo funerale. E’ stato un giorno molto duro per tutti noi.
C’erano anche Kathy Westmoreland e Joe Guercio, che ci ha diretto, come aveva fatto per tanti anni, sul palco.
Quel giorno, Elvis aveva molti suoi amici che hanno cantato per lui.
In questo triste evento, questa è stata la cosa più bella.
Elvis amava il Gospel, talmente tanto ed il saluto d’addio, per lui, è stato il Gospel. Il gospel è stata la musica che le sue orecchie hanno ascoltato per l’ultima volta.
Ho sempre pensato che c’era qualcosa, in Elvis, che nessuno di noi conoscerà mai. C’era qualcosa dentro di lui, il suo amore per la musica era grande, ma soprattutto il suo amore per il Gospel. Questo lo capivi, quando lo conoscevi. Quante volte avevamo cantato con lui e per lui. Cantavamo ore ed ore. Non avrei mai pensato, che l’ultima cosa che avremmo fatto, sarebbero state le canzoni Gospel che lui amava così tanto…. Penso che per lui sia stata una gran bella cosa. Era una delle cose belle, della sua parte privata. C’era qualcosa di speciale, in una canzone gospel cantata da Elvis. Decisamente, si illuminava.
Ancora oggi, ci sono giorni in cui mi sento giù e metto sul giradischi un LP di Gospel di Elvis e mi risollevo il morale. Penso che succedesse lo stesso ad Elvis.
Soprattutto alla fine, sembrava fosse alla ricerca di qualcosa. Non so cosa, ma so che, negli ultimi tre anni della sua vita, il Gospel sembra che fosse tutto ciò che voleva ascoltare.

DONNIE SUMNER - STAMPS

Quando ho sentito la notizia, ero in Florida. Non riuscivo a crederci, anche perché molte volte, Elvis aveva detto che entro un anno o due, non ci sarebbe più stato.
Infatti ne parlava in continuazione e quel giorno, a coloro che stavano con me, io dissi: “Finalmente l’ha fatto”
Loro dissero: “No è morto!”
E io: “Non è morto, è alle Hawaii o in qualche altro posto”.
Più tardi mi chiamò J.D. e mi disse che mi voleva per cantare al suo funerale.
“Ma Elvis è davvero morto, J.D.? “
“Sì è morto.”
“Sei sicuro? “
E J.D. mi rispose: “Sì, è morto, sono appena uscito dalla sala del funerale. Anch’io pensavo fosse uno scherzo e invece se n’è davvero andato.”

A quel punto dovevo prendere subito un volo per Memphis e non avevo abbastanza tempo per andare in macchina. Ormai non c’erano posti nei voli dalla Florida, che fosse con aerei di linea o privati.
Tutti andavano a Memphis e così mi sono perso il funerale.
Però sono contento di quello che gli dissi un giorno: “Nessuno mi ha mai trattato meglio di te, nessuno con me è stato gentile quanto te e nessuno mi è mai stato tanto amico quanto te”.
Fino a quando vivrò lui sarà amico mio e se fossi morto prima di lui, avrei vegliato su di lui.

LARRY STRICKLAND – STAMPS

Ci furono solo due volte che, sul palco, ho visto che non stava bene. Non capivo cosa gli stesse succedendo. Le altre volte sembrava normale e felice, perché la cosa che amava di più era cantare. Quando cantava e si esibiva era sempre nella sua forma migliore, perciò non avevamo idea di quello che sarebbe successo.
Sapevamo che aveva problemi al colon e c’erano volte in cui doveva lasciare il palco, nel bel mezzo dello show, per andare in bagno. Perciò noi eravamo al corrente di quel problema, ma mai avremmo immaginato che sarebbe morto.
Il ricordo di quel giorno è uno dei peggiori che ho.
Eravamo all’aeroporto di Nashville, in attesa di prendere l’aereo che ci avrebbe portato a Portland, Maine. Dovevamo iniziare un nuovo tour con Elvis. Tutto il gruppo stava in un terminal privato. Felton Jarvis venne da noi, riunendoci tutti, per dirci che aveva ricevuto una chiamata e aggiunse “Ragazzi il tour è stato cancellato. Andate a casa e vi contatteremo per darvi maggiori informazioni”. Naturalmente tutti ci chiedevamo cosa era successo e pensavamo fosse successo qualcosa a Vernon, forse si era malato nuovamente o forse era morto.
Mentre guidavo verso casa, in macchina accesi la radio, così sentii la notizia.
Mi venne in mente un sogno che avevo fatto solo tre settimane prima
Ricordo che eravamo in tour, non un tour di Elvis, ma di gospel e sul pullman mi addormentai. Feci un sogno e sognai che cantavamo ad un funerale. E’ strano, ma non erano passate tre settimane da quel sogno e noi cantavamo al funerale di Elvis.
E’ difficile, per me, raccontare questa storia e pensare che la gente possa crederci, ma è la verità.
Pensai anche che sarebbe stato più corretto da parte loro spiegarci il motivo della cancellazione del tour. Noi eravamo vicini ad Elvis, tanto quanto chiunque altro e il nostro gruppo poi cantò al suo funerale.

ED HILL – STAMPS

Eravamo una decina all’aeroporto di Nashville e aspettavamo di partire verso la prima città del tour. Avevamo tutto pronto e aspettavamo di salire a bordo del jet.
Felton Jarvis ci disse di non salire sull’aereo perché il tour era stato cancellato, a seguito di un atto divino.
Però venni a sapere la notizia dalla Tv.
Appena sentita la notizia chiamai JD e gli chiesi se era vero ciòche avevo sentito di Elvis. Lui mi rispose di sì.
Così il giorno dopo partimmo per Graceland.
Nessuno di noi riusciva a crederci. Andai da lui e lo guardai. Credo di essermi avvicinato al feretro almeno quattro volte, finché mi dissero di smetterla perché diventavo sempre più stravolto e piangevo in continuazione. Alla fine mia moglie mi fermò.

BILLE BAISE – STAMPS

Venni a sapere della morte di Elvis in un modo molto strano. Stavo entrando in casa, dopo essere andato all’ufficio postale. Appena messo piede in casa mi arrivò una telefonata da un’ amica di mia moglie, che aveva sentito che Elvis era morto.
“Sai niente?” mi chiese
“No” dissi e infatti non sapevo niente “Sicuramente è una frottola che qualcuno si è inventato. Non mi agiterei tanto, fossi in te”.
Riagganciai il telefono e accesi la televisione, che infatti stava trasmettendo la notizia.
Dovetti richiamarla, per dirle che mi dispiaceva, ma era proprio vero.
Quando andai a Graceland, per cantare al suo funerale, mi diressi verso la bara e mi resi conto che Elvis era morto. Lo realizzai veramente, solo quando lo vidi nella bara.
C’era gente che continuava a ripetere che Elvis era ancora vivo, quando invece, ormai Elvis era già andato in Paradiso.
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JAMES BURTON - TCB BAND

Eravamo sull’aereo che ci portava a Portland, Maine per fare lo spettacolo del 17 Agosto.
La band era partita il 16 e durante il volo, ci fu chiesto di tornare a Las Vegas.
Tutti ci meravigliammo e ci chiedemmo il motivo. Sapevo che suo padre Vernon aveva problemi al cuore, ma mi meravigliai di questo cambio di rotta solo perché era successo qualcosa a Vernon. Non avevamo idea del perché Elvis avesse cancellato il tour. Atterrammo a Pablo, Colorado per i rifornimenti.
Marty Harrel, il trombonista, disse che aveva chiamato Vegas per sapere cosa stesse succedendo.
Marty tornò indietro, venne da me, mi buttò le braccia la collo e disse “Elvis è morto”.
Brividi freddi mi percorsero il corpo, non riuscivo crederci.
“E’ uno scherzo?” dissi
“No” disse “è vero”
Fummo costretti a dirlo agli altri membri.
Amico, quel volo di ritorno a Vegas fu estremamente lungo. Fu un momento incredibilmente triste. Una perdita incredibile per tutto il mondo e l’industria musicale.
Ancora mi manca. Amo la sua musica, amavo la persona.
Di Elvis, penserò sempre che sia stato il più grande intrattenitore di tutti i tempi.
Sarà sempre terribilmente rimpianto.

JERRY SCHEFF - TCB BAND


Il 16 agosto 1977, eravamo tutti su un aereo privato diretto a Bangor Maine, quando il pilota ricevette un messaggio che gli diceva di atterrare a Pueblo Colorado.
Qualcuno chiamò Memphis e venimmo a sapere che Elvis era morto. Rimanemmo fermi sulla pista per un momento. L’unico rumore che si sentiva erano i singhiozzi delle persone. Risalimmo sull’aereo e tornammo a Los Angeles, in silenzio.
Quando atterrammo c’era un terribile temporale e ognuno di noi scese dall’aereo e sparì nella pioggia.
Rimasi molto, molto sorpreso della sua morte, davvero.
Avevo sempre pensato che ne sarebbe uscito. Avevo conosciuto molte, molte altre persone in quella situazione, ma pensavo che lui ne sarebbe uscito.
Ero sotto shock e così non sono mai più tornato a Graceland,
Nel 1997 avevano organizzato un tour per tutti a Graceland, ma io non ho voluto andare, perchè volevo ricordarlo così com’era.
RONNIE TUTT - TCB BAND

Il 16 agosto 1977 ero nella mia casa in South California.
Mia suocera mi chiamò per segnalarmi quello che stavano dicendo nelle news. Chiamai Graceland per averne la conferma e mi rispose Felton Jarvis. Gli chiesi “E’ vero Felton?” E Felton “Si, Ronnie è vero”

Personalmente sento che in qualche modo è morto di noia. Aveva molto poco per cui guardare avanti. L’ho visto anche nella sua vita. Ho cenato con lui. Ho visto la ragazza che era con lui. Era là giusto per una cavalcata. Secondo quanto ho notato, a lei non interessava niente di lui, ma è la mia opinione. Quando ti sei circondato da persone come quelle, allora ….. Lui non si rendeva conto di quanto fosse entrato in una depressione seria.
Un’altra parte della tragedia è che è rimasto intrappolato nell’immagine che si era creato.
Secondo la mia opinione era fortemente depresso…, perché non riusciva ad esprimere se stesso…. Ma credo anche che sapesse che la sua depressione, faceva parte della sua frustrazione.
Ho conservato tutti i miei Jumpsuits.
Nel 1969, all’International, mi regalò un orologio d’oro. E’ stato il suo primo regalo. Lo tengo ancora, è un orologio svizzero in oro, molto carino. Sul retro c’è un’incisione. Per me è veramente una cosa speciale.

GLEN D. HARDIN - TCB BAND

Il 16 Agosto 1977 ero a Memphis, e stavo lavorando con Emmylou. Aprivamo lo show per Willie Nelson. Arrivai nel primo pomeriggio, andai a mangiare qualcosa e fu il batterista di Emmylou, John Ware, a dirmi che Elvis era morto. Era circa un anno che non lo vedevo. Per me non fu una vera sorpresa e non volli chiamare nessun. Comunque non c’era niente che potessi fare. Mi è molto dispiaciuto, naturalmente, ma non andai né al funerale, né altro.
Penso che buona parte dei problemi di Elvis siano stati gli errori del Colonnello Tom Parker. Elvis avrebbe dovuto girare il mondo, passare dei bei momenti, cantando e suonando per i suoi fans in tutto il mondo. La cosa triste è che, oggi, io e gli altri ragazzi stiamo suonando in tutto il mondo per tutti i tipi di persone. E’ meraviglioso, sai, girare il mondo, avere dei gran bei momenti, mangiare cose diverse, vedere gli altri modi di vivere, gioire della vostra ospitalità nel vostro bel paese e tutto questo.
E’ una grande vergogna, che Elvis non abbia potuto farlo. Era questo, ciò che Elvis voleva.
Voleva questo, e sono sicuro di quello che dico. Per lui, sarebbe stato esaltante.

JOHN WILKINSON - TCB BAND

Quel giorno eravamo sull’aereo che ci avrebbe portato a Portland, Maine dove Elvis avrebbe dovuto esibirsi per aprire il nuovo tour.
Avevamo lasciato Los Angeles e ci eravamo fermati a Las Vegas per prendere Joe Guercio e la sua orchestra. Ripartimmo. Eravamo proprio sopra Pueblo, Colorado e il pilota mise la intercomunicazione per dirci che dovevamo atterrate per fare carburante.
Pensammo fosse una cosa strana, visto che quell’ aereo non avrebbe mai fatto da costa a costa, senza i giusti rifornimenti. Comunque, atterrammo e ci aspettavano un paio di ufficiali. Salirono e chiesero di Mary Harrel che era il trombonista dell’orchestra. C’era una chiamata telefonica per lui. Pensammo che fosse successo qualcosa ai genitori di Marty o a sua sorella, cose del genere. Così, scendemmo dall’aereo, per sgranchirci le gambe. Eravamo tutti insieme in fondo alle scale, quando Marty tornò indietro. La testa bassa, ovviamente in grande angoscia. Disse “Venite tutti qui ragazzi, ho cattive notizie, è tutto finito. Elvis è morto questa mattina!” La nostra reazione fu “Cosa?, cosa vuoi dire. Elvis è morto?”
Come puoi immaginare, l’umore sull’aereo era molto cupo, tutti noi piangevamo, soprattutto perché non c’era nient’ altro che potessimo fare. Ho sentito che avevo perso un fratello. Era un amico di cui potermi fidare e lui poteva fidarsi di me.

JOE GUERCIO

Fu un giorno molto strano. Io ero con mia moglie e andavamo in Boulevard Mall perché volevo comprarmi una cravatta. Entrai nel negozio e una ragazza stava dicendo ad un’altra che Elvis era morto.
Dissi “Cosa dici? Elvis è morto?“
Lei rispose, Sì, la radio lo ha appena annunciato. L’hanno trovato morto”
Così cercai di chiamare l’Hilton e finalmente raggiunsi Bruce Bankey e gli chiesi “Cosa succede?” E lui,”Vieni subito e ti dirò tutto” Così andai all’Hilton e scoprii quello che era successo. Avrei dovuto fare le prove con Ann Margret. Elvis e Ann Margret erano molto amici; avevano fatto due film insieme.
Così tornai indietro per andare al funerale. Jackie mi aspettava a Los Angeles e insieme partimmo per Memphis.
A Graceland c’era molta gente e, tra gli altri c’erano i Blackwood Brothers, gli Stamps con JD che, dietro la bara, cantarono “How Great Thou Art”.
Fu un momento molto triste, veramente tanto triste, anche perché dentro sentivi un sentimento vivo verso un tuo compaesano, un amico!
Poi tornammo a Las Vegas con Ann-Margret, con l’aereo che aveva noleggiato.
La gente ti chiede “Come ti sentivi, cos’hai provato?”
La mia teoria è che ci sono alcune persone che non sono destinate a vivere per invecchiare. E l’ho già detto. Non riesco ad immaginare vecchia Marilyn Monroe. Non riesco ad immaginare Elvis vecchio e James Dean o Rodolfo Valentino o chiunque tu voglia mettere nella categoria. Penso che sia così. Questo era quello che doveva succedere ed è andata così.

SHAUN NIELSEN - VOICE

Quel giorno eravamo andati all’aeroporto, un piccolo aeroporto privato di Nashville e aspettavamo che arrivasse il jet, per poter andare a Portland Maine. Il jet dell’orchestra era arrivato e ripartito. Felton tornò dicendoci che il tour era stato cancellato per un atto di Dio.
Naturalmente la prima cosa che pensai fu che Vernon avesse avuto un attacco di cuore, visto che non stava molto bene.
Al ritorno, e non lo dimenticherò mai, arrivò la più grande nuvola che io abbia mai visto, con pioggia e vento. Era tremendo guardare il cielo. Poi, tornando a casa, sentii la notizia, alla radio.
Alcuni di noi non erano stati invitati per il funerale, ma siamo stati invitati a presenziare il giorno prima e vegliarlo a Graceland. Non sono andato al funerale e ne sono stato felice, perché come sai è stata una situazione caotica. Perciò abbiamo vegliato sul suo corpo nella bara.
Era bello, anche se appariva ancora gonfio, cioè più grosso di quello che avrebbe dovuto essere, ad esempio come era nel ’68 al Comeback Special. Mettiamola così.

TONY BROWN - VOICE

Il 16 agosto 1977 eravamo all’aeroporto al terminal privato e aspettavamo l’aereo che era partito da Los Angeles e a Las Vegas erano saliti i musicisti, poi doveva fare tappa a Nashville, per caricare tutti noi, Bobby Ogdel, me, gli Stamps, e molta altra gente. Era una bella giornata.
Il sole splendeva, era magnifico. Improvvisamente arrivò un gran temporale. C’era un vento fortissimo. La pioggia iniziò a cadere fortissima e il vento soffiava, sembrava qualcosa di soprannaturale.
Ad un certo punto 4-5 ragazzi della Guardia Nazionale si diressero verso di noi e li sentii mentre parlavano al telefono mobile e dissero “Come è successo? Siete sicuri si tratti di Mr. Presley?”
Poi Felton Travis ad avvicinarsi a noi e disse “Il tour non si fa. Andate a casa. Vi chiameremo e vi terremo aggiornati.”
Sul momento e come primo pensiero pensai che fosse morto Vernon Presley. Non c’è bisogno di aggiungere niente. Ero sconvolto.
Raggiunsi la mia macchina (in quel momento il temporale si era placato) e guidai fino a Riley Parkway.
Alla radio dissero che Elvis era stato trovato senza sensi, nella sua casa e lo stavano portando in ospedale, ma si pensava fosse morto.
Il tempo di arrivare a casa e la radio disse che ne avevano dichiarato la morte.
Andai al ristorante di Julienne e, per non pensare, mi ubriacai.
E’ stata una fine così strana. Era destino!
Hai presente quando senti quelle storie sui poteri soprannaturali: era una bellissima giornata, poi arriva un grande temporale e subito dopo senti una notizia simile. Per me è una cosa strana, qualcosa come un progetto soprannaturale. Però non ne sono sorpreso. Dopo aver passato tanti anni con Elvis, sai che è andato in paradiso e probabilmente, da lassù, fa ancora tremare le città.
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MYRNA SMITH – SWEET INSPIRATIONS


Già, eravamo sull’aereo dello show. Dopo aver ricevuto la notizia, il pilota tornò indietro a Burbank.
Pensavamo che avessero dimenticato qualcuno e così atterrammo. Non ricordo dove, penso che fosse nello Utah, ma non ne sono sicura.
Marty Harrel, il pilota, si avventurò su un campo che poteva essere adatto come pista di atterraggio. Tutti uscirono, ma io no, perché stavo piuttosto male
Marty salì sull’’aereo e disse “Myrna scendi, perché quello che devo dire lo dirò una volta sola.” Così scesi e Marty aveva telefonato a qualcuno, non so se a Joe Esposito oppure al Col. Parker, sta di fatto che ebbe la conferma che era successo qualcosa.
Ci fece mettere tutti in cerchio, la TCB band, quelli della California e i cantanti e disse: “Alex dice che Elvis è morto”
Non ti aspettavi di sentire il nome “Elvis” non avresti mai pensato che sarebbe potuto morire, che gli sarebbe potuto succedere. Sembrava che lui ne fosse immune. Sì, si era ammalato. Ne aveva passate tante, ma era un fenomeno. Perciò non te l’ aspettavi che succedesse.
Oh, mio Dio. Che cosa è successo, quando è morto? E’ un momento in cui non si pensa a cose del tipo: Dove andrò quando muore? Che cosa succederà?
Non volevo pensare a cose di questo tipo. Pensavo solo, che l’avevo perso. Cominciai a correre sulla pista presa da un impeto di pazzia, fino a che riuscirono a prendermi e dovettero sedarmi dandomi del Valium.
Quando l’aereo atterò a Burbank, avevo ripreso i sensi e andai a casa. Presi subito il telefono e feci la mia prenotazione del volo ed ebbi la possibilità di essere presente al suo funerale
Sono stata fortunata perché dopo un’ora non avrei più trovato un posto, anche se mi dimenticai di prenotare l’hotel.
Quando tornai a casa, nei giorni seguenti, piangevo e mi disperavo, mia madre disse: “Non fa parte della nostra famiglia! Cosa piangi a fare, perché ti disperi?” “Perché lo amo, è come un fratello!” “Ma tu hai già un fratello!” Al tempo non lo capiva, ma adesso sì.

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ALCUNE DONNE DELLA SUA VITA

LINDA THOMPSON

Gli avevo scritto una lettera poco prima di Natale dicendogli che avevo conosciuto il dolore di troppa tenerezza, che lui sarebbe rimasto l’amore della mia vita, ma che ora volevo questo amore in modo pieoo e completo, senza riserve. Lui morì in agosto, otto mesi dopo la rottura della nostra relazione.
Il 16 agosto 1977 ero a Los Angeles nel mio appartamento. Suonò il telefono ed era Lisa Marie, che allora aveva 9 anni e aveva l’abitudine di chiamarmi ogni tanto, perché eravamo molto unite. Le volevo molto bene allora e gliene voglio anche oggi.
Tornando alla telefonata mi disse
“Linda, sono Lisa”.
Io le risposi “So che sei tu goobernickel”.
Aveva un tono di voce ansioso e io pensai che avesse il fiatone perché stava giocando.
Invece mi disse “Mio papà è morto! Mio papà è morto”
Io lanciai il telefono per aria. Letteralmente lo lanciai dicendo: “No, Non è vero!”
Il telefono era a terra e pensai, c’è un angelo di 9 anni che, da così lontano, ha pensato di chiamare me. Devo riprendermi e dirle qualcosa per aiutarla.
Così lo raccolsi e le dissi “Amore, sei sicura che non sia solo andato all’ospedale, che non si tratti solo di un episodio o di un problema temporaneo, magari un problema di respirazione?” “No. No” mi disse “E’ morto”
Cercai di dirle cose che potessero confortarla, del tipo “Tuo papà ti vuole tanto bene. Avrai sempre il suo amore e quello non muore mai.”
Mio fratello Sam, che era una sua guardia del corpo, tolse di mano il telefono a Lisa e mi disse, “Linda devi venire a casa”
Mi sentivo strana e nel mio appartamento, si spensero tutte le luci. Ero l’unica nel palazzo che non aveva corrente. Uscii e chiesi se mancava la corrente a tutti, ma il problema era solo io.
Pensai che fosse una cosa strana. Accesi candele dappertutto per poter fare i bagagli e preparami per andare a Memphis. Cominciarono ad arrivare i miei amici per consolarmi e mi chiesero se stavo accendendo le candele per Elvis. Risposi che l’avevo fatto per poter fare i bagagli.

ANITA WOOD


Il 16 agosto 1977, ero a casa. Abitavo a Vicksburg, Missippi e mi chiamarono i giornali. Volevano sapere come avevo reagito. Cosa credevano? Cosa si aspettavano? E’ chiaro che ero sorpresa, era terribile. Non riuscivo a crederci!!
E’ stata una grande perdita. Non solo per me che perdevo qualcuno che aveva contato molto nella mia vita, ma per tutti. Per il mondo. Il suo talento. E poi era così giovane. Non riuscivo a crederci. E questi continuavano a chiamarmi per avere delle risposte. Ecco come l’ho saputo. Al telefono e da un estraneo. E’ stato molto triste, un giorno tristissimo.
Quando mi dissero che Elvis era morto, io dissi “Oh no, non si tratta di Elvis. Si tratta di suo padre. E’ suo padre che è morto”.
Era dura convincermi che si trattava realmente di lui, perché lui era ancora troppo giovane, vivace e pieno di vita. Non pensavo fosse così malato, molto malato.
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MARIAN J. COKE (La sua infermiera) – Dal Libro “I Called Him Babe” di Marian J. Cocke – (pubb. 1979)

La mattina del 16 agosto 1977, verso le 8 del mattino nel mio ufficio il telefono squillò.
Era Delta che mi informava che Elvis mi voleva vedere prima di partire. Parlammo un paio di minuti e poi riaggianciai. Dopo circa 20 minuti il telefono squillò di nuovo. Era Elvis che voleva sapere se sua zia Delta mi aveva chiamato.
Dissi di sì e mi chiese se prima della sua partenza potevo andare da lui. Dissi che avrei finito il lavoro verso le 15.00 e poi sarei andata da lui.
Mi disse anche che aveva riservato per me 4 biglietti del concerto che avrebbe fatto al suo ritorno in città e aggiunse che avrebbe letto un po’ e poi avrebbe cercato di dormire.
Verso le 15.00 mi trovavo di nuovo nel mio ufficio quando sentii che l’ ”Harvey Team” era stato chiamato per un’emergenza.
L’Harvey Team è quella squadra che viene chiamata sempre quando una persona ha avuto un arresto cardiaco. Pensai “Speriamo facciano in tempo”.
Andai nell’ufficio delle infermiere e scoprii che qualcuno mi aveva cercata.
Risposi e verificai che era il 5118, vale a dire l’ufficio di Maurice Elliott.
Chiamai e Carolyn Pulliam mi disse che l’Harvey Team era per Elvis.
Riagganciai il telefono ed immediatamente andai di corsa all’ E.R.
Quando entrai in sala emergenze, vidi Charlie Hodge e Joe Esposito. Charlie mi abbracciò e mi spiegò che la situazione era grave e io mi sentii andare in pezzi.
Lui e Joe, insieme al supervisore dell’ER, Annett Binggham, mi portarono in una stanza vuota, dove rimasi qualche minuto.
Lei disse che era meglio se andavamo nel suo ufficio e così mi portarono là. Quando fui in grado di ricompormi, dissi che volevo andare da Elvis.
Quando entrai nella stanza, John Quartermous stava facendo la rianimazione cardiaca. La stanza era piena di gente e c’era anche il Dr. Nick.
Lui e John mi guardarono e lessi quello che raccontavano le loro facce. Non ero riuscita a vedere Elvis. Owen Taylor, uno del reparto, sapeva che mi ero sempre presa cura di Elvis, così venne al mio fianco e mise il braccio intorno a me. Mi chiese se ero sicura di voler restare. Dissi di sì, così mi prese il braccio e facendo spazio tra gli altri, ci avvicinammo e riuscii a vedere Elvis. Quando me lo trovai davanti le mie ginocchia diventarono deboli ed Owen mi sorresse più forte. Io dissi “Per favore, fermatevi”. Era evidente che l’anima di quel ragazzo aveva lasciato il suo corpo già da parecchio e non riuscivo a sopportare che continuassero ad accanirsi. John guardò il Dr. Nick e questi gli disse di interrompere la rianimazione. Quando verificò che nell’ECG non c’era alcun tracciato, decise di smettere.
Venne da me, mi abbracciò ed uscimmo.
Il mio ragazzo se n’era andato………
Andai dai ragazzi, Joe, Al, Billy e Charlie e Maurice Elliot. Mr. Elliot mi chiese se stavo bene e io dissi di sì. Rimasi con i ragazzi un minuto, poi tornai nella stanza di Elvis per prendere il suo pigiama e togliergli la catena dal collo. Tutti erano ormai usciti dalla stanza, tranne due infermiere e un assistente che stavano preparando il suo corpo per trasferirlo nell’obitorio. Il suo pigiama e la catena non ‘c’erano più. Li avevano portati in ufficio.
Mi soffermai a guardare il suo viso prezioso. Il ciuffo di capelli neri era sceso sull’ occhio sinistro. Lo baciai sulla guancia e uscii.
Mi fermai in infermeria e raccolsi le sue cose per riportarle a Graceland.
Mr Elliot aveva già ricevuto delle chiamate che chiedevano della sua “infermiera preferita”.
Io non volevo vedere nessuno e non riuscivo nemmeno a pensare che avrei dovuto andare a Graceland.
A casa il telefono squillò tutta la notte con chiamate che provenivano da chiunque, vicini e lontani. Gente che andava e veniva in continuazione, mentre io sentivo la terra mancarmi sotto i piedi.
Non riuscii a dormire per tutta la notte. Mi alzai molto presto e andai a lavorare. Mi chiamò Maurice Elliot per sapere come stavo e per dirmi che avrei potuto prendermi una settimana di riposo. Così, a mezzogiorno me ne andai per dirigermi a Graceland. Mi era stato chiesto se volevo parlare con la CBS. Concessi l’intervista e fui ripresa dal cameraman. Dopo venti minuti partii per Graceland.
Che folla! Non riuscivo a passare, ma finalmente riuscii a farlo passando dal retro della casa e un poliziotto parcheggiò la mia macchina.
In salotto c’erano Al Strada, Dick Grob e Billy Smith. Mi diressi verso la cucina e vidi Delta. Ci abbracciammo e lei disse “Hanno già portato a casa Elvis,, Vieni a vederlo” La sala da pranzo era stata liberata dai mobili e erano state allineate alcune sedie. Era piena di fiori e il corpo del ragazzo che era entrato nel mio cuore due anni e mezzo prima, giaceva nella bara di rame.
Gli dissi “Ciao, Babe”, così come lo salutavo quando arrivavo da lui.
Indossava un vestito bianco, una camicia azzurra e un cravatta di seta bianca. Al dito aveva il suo anello TCB con diamanti a 11 carati. Il modo in cui la sua mano giaceva di lato, rendeva l’anello molto visibile. I suoo capelli neri erano pettinati e il suo ciuffo, che normalmente cadeva sull’occhio sinistro, era stato pettinato all’indietro.
In quel momento appariva come il ragazzo che avevo imparato ad amare sempre di più.
Delta mi lasciò sola. Poi arrivò Charlie. Parlammo qualche minuto e io mi scusai.
Poi andai in salotto e firmai i registro.
C’era una ragazza snella con i lunghi capelli neri che firmava il registro e quando si girò vidi che era Priscilla.
Lei immediatamente mi mise le braccia al collo e disse “Oh. Mrs. Coke, grazie infinite. Elvis le voleva molto bene e lui è stata molto buona con lui”.
Scoppiammo a piangere tutte due e io dissi “Grazie per dirmi queste parole. Anche lui amava lei”.
Quando il giorno dopo, prima del funerale, andai a dare il mio ultimo saluto ad Elvis, sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto.
Per l’ultima volta dissi “Ciao Babe”. Parlai con lui per alcuni minuti, gli dissi quanto avesse contato per me, gli accarezzai la guancia, lo bacai sulla fronte e me ne andai.
Era il mio bambino, il mio amico, il mio confidente. Avevamo riso e pianto assieme tante volte. Non dovevo più piangere perché sapevo che ora stava bene.
Niente e nessuno avrebbe più potuto fargli del male.
Era stato tradito da persone che lui chiamava amici, era stato diffamato da coloro che lo invidiavano e tutti avevano tratto vantaggio dalla sua natura generosa.
Ora nessuno e niente altro avrebbe potuto toccarlo!!!!
Al funerale vidi tanti personaggi famosi, tra cui George Hamilton (che non conoscevo) Ann-Margret e suo marito George Smith. E’ stato detto che c’erano anche John Wayne, Sammy Davis Junior e altre stars, ma non è vero.
Peccato che Calorine Kennedy non sia venuta per fare le sue condoglianze, ma solo per guardare il tutto e vendere la storia. Rimase nella casa circa 10 minuti e nelle cose che ha scritto ha inserito delle informazioni che non sono così precise.
Poteva risparmiarsi il viaggio e rimanere a casa.
Spero che dopo aver letto questo libro, abbiate capito chi era l’Elvis che io conoscevo.
Era un uomo buono, gentile, generoso e un uomo adorabile.
Non ha mai dimenticato la sua educazione. Molto spesso parlava degli anni “magri”. Il suo più grande piacere era fare del bene agli altri e credo che nessuno l’abbia mai battuto per la sua generosità e gentilezza.
Non mi riferisco a quando ha dato ai suoi amici – le cose materiali – intendo quanto ha dato al mondo: la beneficenza le persone che ha aiutato negli ospedali, le fatture che ha pagato per persone che nemmeno conosceva, l’uomo che una sera mi disse “Alle volte penso che una delle cose che mi farebbe piacere più di tutto, sarebbe regalare tutto questo e attraversare il cancello con mio padre, in tuta e scalzo, ma libero”
Babe, vivere nel cuore di coloro che ti amano e lasciare tutto alle spalle, non è morire!!
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KATHY WESTMORELAND - Dal libro "Elvis and Kathy" di Kathy Westmoreland (pubb. 1987)

Quando presi l’aereo per andare al suo prossimo concerto, a Los Angeles pioveva.
Quando arrivai, c’erano già circa 10 musicisti e due membri delle Sweet Inspirations e come al solito, ci saremmo dovuti fermare ancora una volta a Las Vegas per prendere altri membri della band, prima di proseguire per Portland, Maine e unirci al resto della troupe.
Eravamo eccitati e l’entusiasmo era dato dall’essere nuovamente in tour.
Dopo tutto, avevo cantato con Elvis per sette anni e avevamo fatto migliaia e migliaia di miglia, ma era sempre bello rivedere il gruppo. Non c’è dubbio che eravamo tutti veterani di Elvis Presley e che avevamo passato molte cose insieme.
Dal momento che tutti sapevano che avevamo avuto una relazione intima e che lui, quando era giù di morale, mi telefonata di giorno e di notte, è comprensibile che qualcuno sull’aereo mi abbia chiesto “Come sta Elvis?”
Tutti sapevano che era ammalato e che ogni concerto lo portava ad essere esausto.
Non volli dire niente a nessuno, ma dentro di me, ero sorpresa che avremmo fatto questo concerto a Portland, Maine. Visto il peggioramento della sua salute e il modo in cui mi aveva parlato l’ultima volta che eravamo stati insieme, un mese prima, pensai che i suoi tours erano alla fine, tanto che la sera prima, dissi a mia sorella “Non meravigliarti se un giorno tornerò a casa”.
Ricordo che in aereo mi addormentai e che mi svegliai per capire dove stavamo atterrando. Non riuscivo a credere che fossimo già arrivati a Portland. E infatti non eravamo a Portland.
Dopo l’atterraggio tutti uscimmo per prendere una boccata d’aria fresca e stiracchiare i muscoli. Pensai che qualcosa non funzionava sull’aereo e se solo mi avessero detto che il pilota aveva ricevuto l’ordine di chiamare Memphis, avrei capito subito qual’era problema.
Era una bella giornata limpida, luminosa e ventilata. Tutto era successo così rapidamente che io ero ancora mezza addormentata e non riuscivo a pensare in modo razionale. Marthy uscì dal terminal e venne verso di noi.
”Venite tutti vicino, ho qualcosa da dirvi” disse
Tutti ci avvicinammo lentamente a Marthy e poi, con una voce sommessa, ma chiara disse: “Elvis è morto questa mattina. Dobbiamo tornare a Las Vegas e Los Angeles subito!”
Immediatamente mi sentii intontita e prosciugata di tutte le energie.
Dopo tutti quegli anni assieme, Elvis se n’era andato dalla mia vita e nonostante sapessi da mesi che la fine era vicina, fu uno shock sentire che era successo veramente.
I miei sentimenti erano misti: il sollievo che Elvis non avrebbe più sofferto unito a il mio senso della perdita che andava oltre le lacrime.
Infatti sono passati anni prima che sia riuscita a piangere veramente per la più grossa perdita della mia vita.
Il mio amico, il mio adorabile giocherellone, l’impareggiabile Elvis era morto!!
Ancora oggi mi è difficile crederci!!

In qualche modo raggiunsi il mio posto e iniziai a ricordare. Ricordai ogni momento. Ricordai in modo da riuscire a seppellire quei giorni meravigliosi per sempre e non riviverli più.
Volevo far allontanare il dolore e la devastazione che provavo, ma naturalmente non avvenne. Durante tutto quel viaggio da incubo per tornare a Los Angeles, la mia mente mi riportò verso tutti gli anni passati assieme.
Il mio dispiacere era talmente profondo che il mio cuore si rifiutava di alleviarne il peso attraverso le lacrime.

Sentii l’aereo che iniziava l’atterraggio e improvvisamente mi svegliai dal mio lungo sogno ad occhi aperti. Eravamo tornati a Las Vegas e sentivo un bisogno disperato di aria.
Dissi al comico Jackie Kahane che volevo uscire dall’aereo per un attimo. “No Kathy non puoi farlo. L’aeroporto è pieno di giornalisti che stanno solo aspettando di beccare qualcuno di noi. Penso sia meglio tu stia qui”
L’ultima cosa che volevo era parlare con la stampa, così rimasi dov’ero e subito dopo partimmo per Los Angeles.
Non so come, ma qualcuno aveva chiamato casa mia e Colette Doty era venuta a prendermi all’aeroporto.
Evitando i reporters in entrambi gli aeroporti mi fece ricordare cosa avevo risposto a qualcuno a Pueblo, quando, dopo aver saputo che Elvis era morto, disse “E’ finita” “No” gli risposi ”Non è ancora finita. Questa non è la fine”. E si può dire non è finita nemmeno oggi.
Durante il tragitto verso casa, pensai all’ultima telefonata che avevo ricevuto da Elvis.
Ricordo che dissi: “Perché un altro tour? Perché non riposi invece? Sei ammalato, Elvis e, per un po’, dovresti fare a meno di lavorare”
“Non posso Kathy. Non posso fermarmi adesso. Il Colonnello deve un sacco di soldi per debiti di gioco e se io non lavoro, alcuni ragazzi si troverebbe in difficoltà economiche. Hanno famiglia. Lo sai che ho 300 persone che dipendono da me”.
Quello che, solo pochi giorni prima, sembrava così importante per Elvis, certamente adesso non era importante. Poi però dovevo ammettere che sapevo quanto Elvis non riuscisse a stare a casa, aspettando che passassero i giorni.
Lui doveva sempre sapere che tenersi pronto per partire in luoghi dove avrebbe potuto toccare i suoi fans, cantare e intrattenere.
Per Elvis stare a casa sarebbe stata un altro genere di morte, un genere che lui non riusciva a sopportare.

Ora l’aereo si stava preparando per atterrare a Memphis. Quante volte avevo fatto questo viaggio, quante volte ero stata in questo stesso aeroporto? Non si potevano contare. Non aveva così tanta importanza, era solo un modo per evitare di pensare ad altre cose. Questo era il giorno che più avevo temuto.
All’aeroporto venne a prendermi il Dr. Nick. Ci abbracciammo ed entrambi avevamo le lacrime agli occhi.
Ci mettemmo due ore per arrivare a Graceland.
C’erano fans dappertutto, tutti in lacrime e tutti volevano avvicinare chiunque di noi cercasse di attraversare il cancello, alcuni pregavano e altri stavano fermi, sconcertati e tristi.
Naturalmente la macchina nera del bussiness era già partita: c’era chi vendeva ciondoli di Elvis, chi magliette, chi adesivi per le macchine.
I furgoni per la distribuzione dei gelati erano in fermente attività per saziare gli stomaci vuoti.
La notte prima del funerale, c’eravamo tutti, famiglia e amici.
Quando arrivai a Graceland, Priscilla fu una delle prime a salutarmi, così come J.D. che, abitando a Nashville, era già arrivato.
Priscilla mi abbracciò e poi prendendomi il braccio disse “Canterai al servizio funebre, vero?”
Era la prima volta che sentivo una cosa simile e dissi “No, non io”
J.D. mi venne vicino “Devi cantare tu, Kathy. Vernon mi ha detto che Elvis aveva chiesto di cantare Heavnely Father. E lo devi fare tu. Vernon vuole che sia tu”
Poi Priscilla guardò verso di me e disse “Ti prego fallo per noi” .
Mi resi conto che stavo accettando, chiedendomi, allo stesso tempo, come avrei fatto ad affrontare un simile travaglio.
Priscilla mi propose di farmi accompagnare da qualcuno per andare a vedere Elvis. Probabilmente pensava che io avrei potuto svenire o cose simili. Ma fece bene a preoccuparsi che non fossi sola, perché Vernon era distrutto e girava per casa piangendo e borbottando “Elvis, ragazzo mio, il mio ragazzo è morto. Se n’è andato!”
Con grande esitazione e il cuore pesante, mi avvicinai alla bara. Mi fermai un attimo per chiedere a Dio di darmi forza e poi guardai Elvis.
Aveva un vestito bianco, una camicia blu indaco e una cravatta bianca.
Al dito aveva l’anello con le lettere “TCB”. L’anello gli fu tolto prima della sepoltura, ma mi piaceva l’idea che tutti glielo potessero vedere al dito.
Charlie Hodge e Larry Geller gli avevano fatto i capelli e l’avevano truccato, per la sua ultima esposizione al pubblico. Mentre lavoravano sul corpo, Charlie aveva detto “E’ magro, adesso” L’eccesso di acqua aveva abbandonato il suo corpo e questo dimostra che Elvis non era grasso.
Trattenni disperatamente le lacrime, rimandandole indietro, mentre il dolore che avevo al petto quasi mi paralizzata.
Charlie arrivò vicino a me e accarezzando i capelli di Elvis disse: “E’ vero che è bello……. non soffre più…… non è più grasso.”
Io continuavo ad accarezzare le mani di Elvis, che avevano perso il gonfiore provocato dall’acqua e sembravano quelle che avevo conosciuto tanti mesi prima, perché, dopo tanto tempo, riuscivo di nuovo a vedere le ossa delle sue dita.
Charlie mi abbracciò e disse: “Nonostante tutte le relazioni che ha avuto, so che ti voleva bene, Kathy”

Mi è tuttora difficile spiegare alla gente che una parte di me è morta con Elvis.
Elvis era molto di più di un grande musicista e intrattenitore, molto più di un altro Valentino e molto di più di un uomo gentile e generoso.
Per me è stato molto di più di un amante. Certamente tra noi ci furono momenti difficili, ma in quei sette anni avevo imparato a capirlo. Ed era diventato qualcosa di più profondo dell’attrazione fisica.
Guardavamo alla vita allo stesso modo. Condividevamo il nostro senso dello humor. Eravamo cresciuti capendoci l’un l’altro ad un livello che va oltre la capacità o il bisogno di mettere insieme delle parole.
Elvis non era un fratello, era il mio compagno dell’anima e nonostante mi mancherà per il resto della mia vita, credo che ora sia vicino a Dio e ha trovato tutte le risposte a quelle sue GRANDI domande.
Ovunque sia Elvis Presley, posso assicurarVi che lì c’è una musica gloriosa.
Ricordo ancora la sua voce come fosse ieri, mentre mi dice :”Kathy, quando e dove ci incontreremo ancora, sarà molto più bello di quello che noi abbiamo immaginato su questa terra.”
__________________


You will never know how wonderful old Memphis is, until you've been away for awhile - Elvis Presley

Il problema nasce quando se sei solo con te stesso e ti rendi conto che nella tua mente sono impresse più le cose tristi che quelle felici - Elvis Presley 7/05/1965
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